Pubblico di seguito un mio articolo sull’emergenza consumo di suolo uscito a novembre sul numero 1/2013 della rivista ETICA PER LE PROFESSIONI edita dalla Fondazione Lanza di Padova.

Rivista “ETICA per le PROFESSIONI” | RUBRICA “AMBIENTE”

Risorsa suolo:

emergenza che riguarda tutti.

Insieme, per evitare il “peak soil”.

Silvia Zamboni

Il consumo di suolo sta diventando, finalmente, un’emergenza percepita a livello generale: non è piú un tema trattato solo all’interno di cerchie ristrette, ma si comincia a valutarne tutta la gravità anche in ambiti che vanno oltre quelli degli addetti ai lavori. Va detto subito che non si tratta di un fenomeno solo italiano: esso riguarda ormai l’intero pianeta.

Il suolo: bene comune e risorsa non rinnovabile

Prima però di parlare del problema, è opportuno chiarire il significato di due terminologie, ovvero il suolo come bene comune e il suolo come risorsa non rinnovabile. Dobbiamo capire perché è importante contrastare il consumo eccessivo di suolo, non solo il suolo agricolo, ma anche quello vergine oggetto di speculazione edilizia in contesti urbani. A mio parere, tuttavia, è importante andare oltre questa prima percezione degli effetti del consumo di suolo come fenomeno legato alla speculazione edilizia. Anche se appare chiaro che questo processo ha provocato e provoca una devastazione del paesaggio, bisogna sottolineare che l’importanza del suolo è data, prima di tutto, dalle sei funzioni principali che svolge e che sono state approfonditamente illustrate dal professor Winfried Blum, dell’Università per la Cultura del suolo di Vienna (BOKU), nel suo intervento ai Colloqui di Dobbiaco 2012, dedicati al tema “Suolo: la guerra per l’ultima risorsa”, (Dobbiaco, 29-30 settembre 2012).

La prima funzione, ha spiegato il professor Blum, è quella di generare biomassa utilizzata come cibo per gli uomini e cibo per gli animali di cui si nutrono gli uomini, nonché altre materie prime rinnovabili.

Il suolo, poi, svolge una funzione importantissima di interfaccia con l’atmosfera: non solo depura le acque, ma compie anche un’importante attività di “de-tossificazione”, perché tutte le sostanze di cui è composto riescono sia a filtrare l’acqua sia a distruggere le sostanze tossiche che può contenere.

Il suolo, inoltre, è la piú grande riserva di materiale genetico del pianeta: si pensi che una piccola porzione di terreno, fino a una profondità di appena 20 centimetri, possiede piú biodiversità di chilometri e chilometri quadrati di superficie.

Il suolo è anche il supporto fisico delle nostre infrastrutture, cioè su di esso poggiano case, strade, edifici, uffici, capannoni: tutto quello che ci serve per vivere.

Ed è lo stesso suolo che ci fornisce le materie prime per realizzare queste strutture: argille, sabbie, ghiaia, e altri materiali.

Infine, il suolo è portatore di quel patrimonio archeologico e culturale, che ci dà l’idea della storia di un territorio: della storia naturalistica ma, anche, della storia umana di chi lo ha abitato prima di noi.

Acquisire la consapevolezza che il suolo svolge tutte queste importantissime funzioni consente di comprendere come l’impegno per difenderlo e, di conseguenza, per bloccarne il consumo va ben oltre il fermare la speculazione edilizia, anche se questa è la punta dell’iceberg del fenomeno e va naturalmente contrastato per fermare la devastazione del paesaggio. La complessità di queste funzioni, però, ci aiuta a comprendere ancora di piú che il suolo va considerato un bene comune e come tale dovrebbe essere amministrato. Cosí come l’aria e l’acqua sono dei beni comuni naturali, cosí deve essere considerato e trattato anche il suolo: non può essere proprietà assoluta di chi lo possiede, né può essere mal gestito dalle amministrazioni pubbliche che in genere non hanno ancora acquisito la conoscenza delle sue funzioni e la consapevolezza dell’importanza che ha per la nostra vita e per le generazioni che verranno. Con il risultato che fino ad oggi abbiamo assistito a un consumo del suolo assolutamente scriteriato.

La cosa che piú colpisce guardando le statistiche, i numeri associati al fenomeno – piú avanti ne menzionerò qualcuno – è la sproporzione tra ciò che viene costruito e l’aumento della popolazione. Un’altra pericolosa sproporzione è quella fra l’aumento di popolazione a livello mondiale e la diminuzione di territorio fertile per produrre alimenti. Nella prospettiva dei 9 miliardi di popolazione mondiale al 2050, si è osservato che la resa agricola dei terreni coltivati – diversamente dalla cosiddetta rivoluzione verde degli anni Sessanta – risulta ormai in calo. A questo proposito va citata la versione italiana del libro di Lester Brown “Nove miliardi di posti a tavola”, in cui l’autore – un riconosciuto pioniere dell’ambientalismo scientifico, già fondatore del WorldWatch Institute, ma che ha iniziato la carriera lavorativa come agricoltore, per cui anche per questo motivo ha una fortissima sensibilità per tutto ciò che riguarda l’agricoltura – mette in rilievo la discrasia che si sta manifestando tra l’aumento della popolazione mondiale e la diminuzione di produttività alimentare in gran parte dovuta alla siccità; quest’ultima, a sua volta, legata ai cambiamenti climatici e all’esaurimento delle falde idriche, fenomeno che può essere imputato all’impermeabilizzazione del suolo perché consumare suolo, ovvero costruire, vuol dire impermeabilizzarlo e quindi ostacolare la funzione che esso svolge di filtrare l’acqua piovana e di ricaricare le falde.

Il consumo di suolo in Italia

Nell’ultimo rapporto annuale dell’ISTAT, quello del 2012, si dice che la quota di territorio con copertura artificiale in Italia è pari al 7,3% del totale. Può sembrare poco, ma considerando che siamo attraversati dalla catena degli Appennini e dalla corona delle Alpi, il 7,3% di copertura artificiale è una percentuale assolutamente esorbitante rispetto al dato atteso, che era del 6,4%, e soprattutto lo è rispetto alla sproporzione fra quello che costruiamo nel nostro Paese e la crescita della popolazione. Il dato, poi, appare sovradimensionato, quasi il doppio, rispetto alla percentuale della media europea, che è del 4,3%.

L’Italia è uno dei Paesi che ha consumato piú suolo, e anche dal punto di vista della produzione alimentare siamo scesi in trent’anni da 18 milioni ettari coltivati a 13 milioni. Questo vuol dire che oggi, in Italia, 3 abitanti su 4 (quindi il 75% della popolazione totale) mangiano cibo prodotto nel nostro Paese, mentre c’è un quarto di popolazione (il restante 25%), ovvero 1 abitante su 4, che mangia cibo importato.

Altro dato impressionante che riguarda l’Italia: negli ultimi 10 anni sono state costruite 1.576.611 nuove case. Un dato abnorme se si considera che nello stesso periodo la popolazione è aumentata solo del 4%, e tanto piú abnorme se si considera che ci sono fasce della popolazione che non riescono a soddisfare il diritto alla casa, o perché gli affitti sono troppo alti o perché costa troppo comprare casa.

Ne deriva, quindi, che alla sovra-edificazione non corrisponde la soddisfazione del diritto alla casa per tutti i ceti sociali, in particolare per i piú giovani o per i pensionati a basso reddito e per tutto il precariato che oramai si sta purtroppo moltiplicando nel nostro paese, col risultato che “i giovani” (una fascia anagraficamente sempre piú estesa) sono costretti a rimanere a lungo presso la famiglia d’origine perché non riescono ad accedere al mercato della casa e al mercato del lavoro.

Il problema della perdita di suolo agricolo riguarda ormai quasi tutte le popolazioni dei Paesi industrializzati e anche quelle dei cosiddetti Paesi emergenti, ossia quelli con le economie piú floride, come la Cina e i Paesi produttori di petrolio. Tutti questi Paesi sono i grandi protagonisti del cosiddetto land-grabbing, cioè dell’accaparramento di territori coltivabili al di fuori dei propri confini, un fenomeno che si registra in particolare nel Sud-est asiatico, nell’Africa sub-sahariana e nell’America del Sud dove si stanno già comprando le riserve in cui produrre alimenti per il futuro. Il land-grabbing è un fenomeno che ha tante facce. Alcuni di questi territori sono cosí ambiti perché hanno grande valore per il mercato internazionale degli scambi dei certificati di anidride carbonica, essendo territori che non registrano grandi emissioni di Co2. Vengono inoltre cercati dalle stesse compagnie petrolifere e da quelle che si occupano della produzione di energia perché lí, per esempio, vi si possono produrre i biocarburanti. Sono diventati anche oggetto di speculazione per quei settori della finanza che vedono le Borse in difficoltà e quindi si buttano su nuovi terreni speculativi, come quello dell’accaparramento di suolo che, in futuro, potrà diventare una miniera di produzione di cibo o essere sfruttato per la produzione energetica, ad esempio di biocarburanti.

Il dibattito sui biocombustibili rimane aperto, mentre sono allo studio quelli di seconda generazione le cui materie prime provengono da terreni marginali o dal riciclo di prodotti agricoli di risulta ed è in espansione anche il settore delle bioplastiche, anch’esse derivate da materie prime rinnovabili. Se si interpella, per esempio, un esperto come Wolfgang Sachs, già direttore del Wuppertal Institute, la sua opinione è molto negativa sia rispetto ai biocarburanti sia rispetto alle bioplastiche.

E la stessa Unione Europea, che inizialmente aveva posto come obiettivo, al 2020, il 10% di biocarburanti sul totale consumato, successivamente ha abbassato la percentuale al 5%: a Bruxelles si sono resi conto, infatti, che si era innescata una competizione tra la produzione a scopo alimentare e la produzione a scopo energetico. Per ovviare a questo problema nel settore delle bioplastiche, un produttore che opera in provincia di Bologna utilizza dei brevetti che permettono di usare residui della produzione agricola, evitando quindi la produzione agricola ad hoc. Indubbiamente, però, il rischio di creare una competizione tra produzione di cibo e produzione energetica e/o di bioplastiche va preso in considerazione e disinnescato.

Piú attenzione al suolo

Per fortuna, come detto all’inizio, la sensibilità verso il consumo di suolo e le conseguenze che questo comporta è in crescita; e a conferma di questo anche in Italia si sono registrati due segnali importanti. Il primo è stato l’approvazione di un disegno di legge, sostenuto dall’ex ministro delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali, Mario Catania, che riguardava proprio la protezione dei suoli agricoli. All’interno del disegno di legge veniva sottolineata in modo deciso la volontà di spezzare quella catena perversa per cui gli oneri di urbanizzazione, relativi ai terreni che vengono edificati, sono impiegati per rimpinguare le casse comunali e non negli interventi cui sono propriamente destinati gli oneri di urbanizzazione (che si chiamano cosí non a caso, ma proprio perché devono servire a creare tutte quelle infrastrutture che sono legate alla nascita di nuovi edifici).

Purtroppo, però, data la penuria di risorse nelle casse comunali sono diventati oramai un mezzo per finanziare la spesa corrente. Il disegno di legge Catania intendeva proprio spezzare questa catena perversa, imponendo l’uso degli oneri di urbanizzazione per le finalità per cui sono stati istituiti in origine, mentre oggi è consentito per legge che possano avere anche destinazioni diverse. Questo disegno di legge, inoltre, fissa anche un altro principio assai interessante, ovvero che anno per anno si stabilisca un tetto nazionale alla superficie che può essere riservata all’edificazione. Questo tetto viene diviso tra le regioni le quali, a loro volta, lo suddividono tra i comuni. La caduta del governo Monti a dicembre 2012 ha lasciato il disegno di legge al palo. Non resta che sperare che il nuovo governo e il nuovo Parlamento prendano in mano il testimone e portino a compimento l’iter.

Proprio in chiusura della legislatura è stato presentato un disegno di legge, di iniziativa parlamentare, di cui il primo firmatario è l’ex senatore Roberto della Seta, già del Partito Democratico. Si tratta di un disegno di legge politicamente trasversale, dal momento che reca anche la firma di un parlamentare del PDL. Il testo è molto interessante, perché accoppia due obiettivi: la difesa del suolo e la riqualificazione urbana, mettendo cosí in relazione due aspetti della crisi attuale, ovvero la crisi economica, che ha attraversato in maniera devastante anche il settore dell’edilizia, cancellando migliaia di posti di lavoro, e la crisi ambientale. In questo contesto, la riqualificazione energetica può quindi rappresentare, da un lato, uno strumento efficace di riqualificazione ambientale, perché permette di ridurre i consumi energetici e quindi di contrastare i cambiamenti climatici grazie alla riduzione delle emissioni climalteranti. Dall’altro lato, è uno strumento a forte valenza economica e anticiclica. Non va dimenticato, infatti, che l’Italia nel 2011 ha pagato una salatissima bolletta energetica, pari a 61 miliardi di euro di import di combustibili fossili, una cifra non lontanissima dalla “tassa annuale” degli interessi sul debito pubblico, per cui abbiamo tutto l’interesse economico a ridurre l’import di fonti di energia primaria riducendo i consumi energetici del settore residenziale legati alla bassa efficienza delle nostre abitazioni. In altre parole, con un programma di interventi di riqualificazione energetica possiamo tagliare contemporaneamente le emissioni climalteranti e la bolletta energetica, e creare nuove opportunità di lavoro nel settore edile.

Quando parliamo di debito ci riferiamo al debito economico; ma questo ha sempre anche un’altra faccia, rappresentata dal debito ambientale, ovvero il debito relativo alle risorse non rinnovabili che consumiamo in maniera eccessiva rispetto alla naturale dotazione e alla loro rinnovabilità. Anche il suolo va trattato alla stregua di risorsa non rinnovabile: consumare e distruggere l’humus vuol dire distruggere una materia che si produce nel corso di migliaia se non di milioni di anni. La riqualificazione urbana che ha come obiettivo quello di rendere piú efficiente il costruito esistente, senza edificare ex-novo, apre la prospettiva di usare le aree già urbanizzate e dismesse, evitando cosí di impermeabilizzare nuovo suolo, e andando a bonificare le aree già urbanizzate.

Cosa accade in Europa?

E all’estero ci sono esempi virtuosi in materia di provvedimenti per il controllo del consumo di suolo vergine? In Germania, nel 1998, l’attuale cancelliera Angela Merkel, allora ministro dell’Ambiente, sottolineò per prima l’importanza di porre un freno al consumo di suolo vergine. Negli anni successivi, in prima istanza con il governo rosso-verde Schröder-Fischer, la Germania è arrivata a fissare un tetto quantificato al consumo di suolo, precisamente 30 ettari/giorno al 2020, quando il Paese ne consumava in media 100 al giorno. Oggi sono scesi a 80 ettari, ma questo calo viene attribuito alla crisi economica, che si è fatta sentire anche in Germania; crisi che sembra aver superato ora il punto piú basso, per cui l’edilizia è di nuovo in ripresa.

In ogni caso in Germania stanno studiando da anni l’adozione di strumenti operativi per limitare il consumo di suolo vergine, tra cui uno molto interessante che prevede l’applicazione dello schema degli ETS (lo scambio sul mercato internazionale delle quote di diritti di emissione di Co2) ai diritti di edificazione. I diritti di edificazione verrebbero quindi distribuiti ai vari Comuni, che li potrebbero contrattare tra di loro, cioè venderli o acquistarli: il Comune che ha bisogno di fare cassa metterebbe in vendita i suoi diritti di costruire, mentre il Comune che ha bisogno di ulteriori diritti di superficie edificabile in rapporto alla sua crescente popolazione potrebbe ampliare la propria dotazione.

C’è poi un altro Paese europeo che ha lavorato molto su queste tematiche e che ha fissato un traguardo di enorme valore ambientale: è il Regno Unito, nel quale a partire dal 2016 tutte le nuove costruzioni dovranno essere autosufficienti dal punto di vista energetico.

Il “peak-soil”

In conclusione, vorrei richiamare un’espressione usata da Wilfried Bommert nel suo intervento ai già citati Colloqui di Dobbiaco: quella di “peak-soil”, una perifrasi del noto concetto di “peak-oil”, il picco del petrolio. Credo che questa espressione del “peak-soil” sia molto rappresentativa della situazione in cui ci troviamo: dobbiamo fare in modo di non superare quella soglia in cui anche il consumo di suolo raggiungerà una sorta di punto di non ritorno, di disequilibrio, rispetto al quale non si riuscirà piú a rimettere in ordine le cose.

A questo proposito Bommert ha citato un dato molto interessante di OXFAM, un’organizzazione che opera nel campo della cooperazione allo sviluppo: rispetto a stime elaborate nel 2012, sono già stati consumati piú di 200 milioni di ettari, pari alla superficie di tutta l’Europa occidentale e a un quarto di tutte le terre fertili del mondo. Questi 200 milioni di ettari tramite il fenomeno del land grabbing sono stati sottratti ai contadini che li coltivavano; mentre procede l’urbanizzazione che va ad occupare quei terreni intorno alle città che dovrebbero servire invece a produrre cibo per chi le abita.

In questa prospettiva è importante che aumenti la sensibilizzazione su queste problematiche e che i cittadini-elettori le facciano pesare nelle scelte della politica, orientando gli amministratori in questo senso.

Appare cruciale che questo problema sia percepito come qualcosa che ci riguarda tutti, visto che le sue implicazioni hanno avuto, hanno e avranno effetti su tutti noi. Non si tratta solo di opporsi alla speculazione edilizia che distrugge il paesaggio: in gioco ci sono la produzione di cibo e altre funzioni di equilibrio ambientale, che si aggiungono alla difesa del paesaggio e della storicità di determinati luoghi. Bisogna, quindi, che cresca la consapevolezza che il suolo è un bene comune naturale, una risorsa non rinnovabile che tutti quanti dobbiamo contribuire a tutelare.

Silvia Zamboni

Giornalista – Ambiente e Sostenibilità, Energia e Cambiamenti Climatici, Economia Circolare, Green Economy, Sharing e Digital Economy, Mobilità Sostenibile, Turismo Sostenibile, Agricoltura e Manifattura Biologica, Politiche Ambientali Europee.
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