INQUINAMENTO DA PFAS, COME STA L’EMILIA-ROMAGNA? LA RISPOSTA DELLA GIUNTA ALLA MIA INTERROGAZIONE

Quanto è diffuso l’inquinamento da PFAS in Emilia-Romagna? Parliamo di migliaia di composti chimici dannosi per la salute detti “forver chemicals”, sostanze chimiche eterne, per la loro persistenza nell’ambiente.

Alla mia interrogazione in Assemblea legislativa dell’Emilia-Romagna la Giunta regionale ha risposto con un testo dettagliato dal quale risulta che dai monitoraggi in atto – su acque sotterranee, superficiali, lacustri e acquedottistiche – non sono emerse criticità, tranne in un caso specifico che riguarda la concentrazione dei PFOS.
E’ bene comunque che la Regione – tramite Arpae, Autorità di Bacino del Po e ASL- aumenti i campionamenti aumentando sensibilmente le stazioni di monitoraggio, oggi ferme a 60.

I PFAS sono utilizzati a partire dagli anni ‘40 del secolo scorso per la loro resistenza al calore, all’olio, all’acqua e agli agenti chimici, e sono tuttora ampiamente utilizzati in una vasta gamma di prodotti industriali e di uso comune, compresi tegami e padelle antiaderenti.
Nell’interrogazione ho sottolineato che la preoccupazione principale a carico delle contaminazioni da PFAS riguarda la capacità di bioaccumulo nel corpo umano e, come ho anticipato, la persistenza nell’ambiente: possono impiegare fino a 1.000 anni per degradarsi. Parecchi studi hanno associato l’esposizione ai PFAS a una serie di gravi problemi di salute, tra cui problemi di sviluppo, disturbi del sistema immunitario, aumento del rischio di alcune malattie croniche e, in alcuni casi, insorgenza di tumori. Si stima che i costi sanitari annuali legati all’esposizione ai PFAS oscillino tra i 52 e gli 84 miliardi di euro per la sola Europa. L’ultimo studio in ordine di tempo sull’impatto sulla salute dell’esposizione ai PFAS è stato pubblicato a inizio maggio 2024 dall’Università di Padova. Una recente inchiesta giornalistica, che ha coinvolto diciassette testate di tutta Europa coordinate dal quotidiano Le Monde, ha rivelato l’esistenza di più di 17mila siti contaminati da PFAS in Europa, dei quali oltre 1600 si trovano in Italia.
Proprio al confine con l’Emilia-Romagna si trovano tre delle regioni che denunciano i problemi più rilevanti – Veneto, Lombardia e Piemonte – nei cui territori i PFAS sono stati rilevati nei pressi di insediamenti industriali, aeroportuali e nei siti di smaltimento rifiuti e anche nelle acque del Po. In particolare, in Veneto i PFAS hanno contaminato un’area in cui risiedono 350.000 persone.
Le sostanze si sono diffuse ormai ovunque: nell’aria, nell’acqua, nella terra e perfino nel sangue umano.
Il fatto che residui di PFAS rilevati in Piemonte, Lombardia e Veneto, siano stati trovati nelle acque del Po, deve allarmare la nostra regione che dalle tre regioni italiane a maggior inquinamento è separata proprio dal Po.

Del resto sui PFAS l’allarme è alto in tutto il mondo. Molti Paesi stanno adottando regolamenti stringenti sul loro utilizzo. A cominciare dagli Usa, come ho segnalato di recente in un altro post: Washington ha imposto residui zero nell’acqua potabile e ha stanziato 9 miliardi di euro per interventi di contrasto dell’inquinamento.
L’Europa cosa aspetta a stringere le maglie del rischio di contaminazione?

Qui la risposta dettagliata della Giunta, che mi sono promessa di approfondire dopo che mi è stata letta in commissione

Silvia Zamboni

Giornalista – Ambiente e Sostenibilità, Energia e Cambiamenti Climatici, Economia Circolare, Green Economy, Sharing e Digital Economy, Mobilità Sostenibile, Turismo Sostenibile, Agricoltura e Manifattura Biologica, Politiche Ambientali Europee.