L’industria della moda è uno dei comparti a maggiore impatto ambientale. Stando ai dati pubblicati dal Boston consulting group nel rapporto “The Pulse of fashion”, presentato lo scorso maggio durante la “settimana della moda” di Copenaghen, nel solo 2015 la produzione mondiale tessile ha impiegato 79 miliardi di metri cubi d’acqua e ha emesso in atmosfera 92 milioni di tonnellate di CO2. Una pressione destinata ad aumentare: il rapporto stima che, di questo passo, il previsto incremento della popolazione mondiale farà aumentare il consumo di capi di abbigliamento, al 2030, del 63%, portandolo dagli attuali 62 milioni di tonnellate a 103 milioni.
Numeri allarmanti che confermano il giudizio di Chiara Campione, senior corporate strategist della campagna di Greenpeace per una moda disinquinata e durevole: «La moda, in particolare la fast fashion usa-e-getta dei grandi marchi internazionali, è di fronte a un bivio: o imbocca la strada della sostenibilità, o continuerà a incrementare lo sperpero di materiali e risorse, la produzione di rifiuti tessili e l’impatto ambientale dovuto all’impiego di sostanze chimiche tossiche nei processi di lavorazione», ad esempio di tessitura e tintura dei tessuti. Non ha dubbi in proposito: «Bisogna premere con forza il pedale del freno: ci vuole una moda slow».

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Silvia Zamboni

Giornalista – Ambiente e Sostenibilità, Energia e Cambiamenti Climatici, Economia Circolare, Green Economy, Sharing e Digital Economy, Mobilità Sostenibile, Turismo Sostenibile, Agricoltura e Manifattura Biologica, Politiche Ambientali Europee.
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