Pubblico di seguito l’articolo che ho scritto per la rivista micron.

L’ITALIA CHE RICICLA, TRA ECCELLENZE E  RITARDI  DA COLMARE

Buone notizie per il settore della gestione dei rifiuti: cresce in Italia la percentuale di raccolta differenziata di quelli solidi urbani (RSU), che nel 2015, come media nazionale, ha sfiorato il 50% (si è fermata infatti al 49,30%), con il nord-ovest che svetta al 61,44%, il nord-est che insegue con il 56,68%, il centro che scende al 43,78%, il sud e le isole che annaspano al 34,06%. Per tutte le aree geografiche, anche le più distanziate in termini di performance, la tendenza porta comunque il segno “più”. Liguria, Emilia-Romagna e Trentino Alto Adige sono, nell’ordine, le tre regioni prime della classe.  Fanalini di coda: Sicilia, Calabria, Puglia, Basilicata e Molise.

Per quanto riguarda l’avvio ad effettivo riciclo dei rifiuti urbani, avendo raggiunto nel 2015 la percentuale del 46% il nostro paese appare a un passo dall’obiettivo europeo del 50% al 2020 (basterebbe un incremento costante di un modesto 1% annuo), mentre risulta più distanziato dal 60% previsto per il 2025, e dall’ulteriore target del 65% fissato al 2030.

In generale, stando ai dati a consuntivo del 2015, sia complessivamente che singolarmente nelle diverse filiere, il comparto del riciclo mostra segnali di miglioramento, con tutti i trend, anche in questo caso, preceduti dal segno “più”. Il potenziamento dell’industria nazionale del riciclo dei rifiuti si riflette nell’incremento – a seguito delle attività e dei processi di recupero – della produzione di materie prime seconde, che mostrano indici in forte crescita,  in particolare nel settore degli imballaggi (acciaio, alluminio, carta, legno, plastica, vetro): nel 2015 ben il 67% degli imballaggi immessi al consumo è stato avviato a riciclo.

Inoltre, si consolidano le filiere del recupero delle apparecchiature elettriche ed elettroniche, i RAEE (+ 8% rispetto al 2014; ma il risultato è ancora insufficiente), e della  frazione organica: per la raccolta differenziata dell’umido, l’indispensabile fase che ne precede il riciclo, il CIC (Consorzio Italiano Compostatori) stima che nel 2015 si siano superate 6 milioni di tonnellate, con un incremento del 34% negli ultimi 5 anni e del 5,5% rispetto al 2014.

Centrati anche gli obiettivi di raccolta di pile e accumulatori portatili.

Nel settore della gomma e degli pneumatici fuori uso aumenta la frazione di recupero di materia (45%), anche se il recupero energetico, col 55%, resta ancora prioritario.

I rifiuti inerti da costruzione e demolizione prodotti nel 2014, secondo i dati ISPRA, ammontano a 50 milioni di tonnellate (+5% rispetto al 2013). Nel 2014 ne sono stati recuperati 47,3 milioni di tonnellate, pari al 94,6% della produzione (+ 0,2% rispetto al 2013).

Un quadro, fino a questo punto, nel segno del recupero di materie prime non riproducibili e in linea con l’orientamento legislativo dell’Unione europea a sostegno dell’economia circolare; e di sicuro interesse in termini economici per paesi come l’Italia non particolarmente ricchi di materie prime. Fanno eccezione alcune vistose falle, come il permanere del distacco del sud e della Sicilia nella raccolta differenziata degli RSU e conseguentemente, sempre in materia di RSU, l’alto tasso di rifiuti che ancora finiscono in discarica, mentre l’obiettivo europeo impone di scendere al 10% del totale al 2030. E mentre Germania, Svezia, Belgio, Olanda, Danimarca e Austria sono già posizionate sotto il 5%, l’Italia naviga ancora a circa il 26% (dato consuntivo 2015).

E’ questo, in estrema sintesi, il panorama delle eccellenze e dei ritardi che emergono dal settimo rapporto “L’Italia del Riciclo”, realizzato anche quest’anno dalla Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile in collaborazione con  FISE UNIRE (Unione Nazionale Imprese  Recupero) di Confindustria, con il patrocinio di Ispra e dei ministeri dell’Ambiente e dello Sviluppo Economico.

Rispetto alle edizioni precedenti, lo studio 2016, presentato a Roma il 12 dicembre scorso, ha anche focalizzato l’analisi sulla produzione nazionale di materie prime seconde da cinque tipologie di rifiuti: carta, vetro, plastica, legno e organico, presenti sia nel flusso dei rifiuti urbani che in quello degli speciali. In base all’esame dei dati MUD (Modulo Unitario Dichiarazione Ambientale) disponibili dal 2013, il rapporto conclude che nel 2014, per le cinque tipologie considerate, i milioni di tonnellate di rifiuti recuperati sono stati 15,6 e che la produzione complessiva di materie prime seconde da queste matrici si è attestata sui 10,6 milioni di tonnellate, cifra che, stando ad un campione dei dati trasmessi nel 2016, nel 2015 risulta in crescita del 2%.

Passando al riciclo dei rifiuti speciali, esclusi gli stoccaggi «il 70,5% di recupero di materia fa dell’Italia il paese leader in Europa», sottolinea l’ex ministro dell’Ambiente Edo Ronchi, oggi presidente della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile. L’altro risultato estremamente positivo, come già anticipato, riguarda la performance nel riciclo dei rifiuti da imballaggio: «Nel 2015, rispetto all’anno precedente, è cresciuto del 5% in quantità e dell’1% in percentuale, per complessive 8,2 milioni di tonnellate avviate al riciclo. Passando poi in rassegna le varie tipologie, si può osservare che i nuovi obiettivi europei relativi al riciclo dei rifiuti d’imballaggio fissati al 2025 sono già stati superati per la carta e il legno, e quasi raggiunti per l’alluminio, i metalli ferrosi e il vetro», puntualizza Ronchi, che giudica più impegnativi gli obiettivi al 2030: «Difficoltà si notano in particolare per la plastica a causa della crescita degli imballaggi costituiti da plastiche miste, più difficili da riciclare».

Zoomando sugli aspetti negativi dello stato dell’arte fotografato dal rapporto, «una delle maggiori criticità riguarda il raggiungimento  del nuovo target europeo di raccolta differenziata di RAEE in vigore dal primo gennaio del 2016, ovvero il 45% della media dell’immesso al consumo negli ultimi tre anni: al 31 dicembre 2015 l’Italia era ferma al 33%, quindi molto al di sotto del target entrato in vigore a inizio anno. Né è pensabile che il gap possa essere colmato con le performance del 2016» commenta Ronchi. A maggior ragione, appare per ora tanto più lontano il raggiungimento dell’ obiettivo europeo del 65%  che entrerà in vigore il primo gennaio 2019.

Per quanto riguarda la raccolta differenziata degli RSU, «essendo solo nove le regioni italiane che hanno già centrato il target europeo del 50%, target che al 2020 sarà vincolante per l’intero paese, preoccupa in prima linea il ritardo delle cinque regioni più deficitarie, che presentano una nota carenza di impianti di compostaggio e di digestione anaerobica»  rimarca il presidente della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile. «Sempre guardando al centro-sud e alle isole maggiori, come dato positivo va però segnalato il recupero registrato prima in Sardegna, già in linea con l’obiettivo del 50%, e successivamente in Campania e in Abruzzo», precisa. «Ma nel complesso, se consideriamo che con il nuovo pacchetto di direttive europee per l’economia circolare scatteranno i nuovi target nazionali di riciclo degli RSU (i già citati 60% al 2025 e 65% al 2030, nda), il ritardo delle cinque regioni nella raccolta differenziata può seriamente compromettere il raggiungimento di questi obiettivi». Occorre quindi intervenire nelle regioni distanziate per rendere le performance il più possibile omogenee a livello nazionale. Va da sé che al mancato raggiungimento degli obiettivi europei scatterebbero, inevitabilmente, le sanzioni previste. Un’altra buona ragione per correre, e in fretta, ai ripari.

 

 

Silvia Zamboni

Giornalista – Ambiente e Sostenibilità, Energia e Cambiamenti Climatici, Economia Circolare, Green Economy, Sharing e Digital Economy, Mobilità Sostenibile, Turismo Sostenibile, Agricoltura e Manifattura Biologica, Politiche Ambientali Europee.
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